SAN PIETRO A ROMENA E IL CASTELLO

ITININERARI CASENTINESI – PASETTO

Lunghezza: km 9, se si fa perno su Pratovecchio; la metà circa, se si sceglie come punto di partenza e di arrivo la Pieve di San Pietro

Percorso: Pratovecchio m. 420 s.l.m – Fiume – Pieve di Romena 476 – Fonte Branda – Castello 610 – Podere La Croce – C. Palaia 515 – Pratovecchio

Dislivello: Pratovecchio si trova a 420 s.l.m; la Pieve a 480; il castello a 610

Consumo: 630 kcal

Peso smaltito: 79 g

 


 

L’appellativo Romena deriva dall’etrusco Rumine. Così si sarebbe chiamato l’antico proprietario del poggio che si eleva sulla riva destra dell’Arno in corrispondenza di Pratovecchio. La facciata di San Pietro a Romena dava in origine sulla Via Maior o Via delle Pievi. Strada questa che proviene da Pieve a Socana, Santa Maria a Buiano, Strumi, San Paolo a Ponte per proseguire fino a Santa Maria Assunta di Stia. Si possono ipotizzare due percorsi il più lungo si aggira sui 9 chilometri e ha in Pratovecchio il punto di partenza e di arrivo. Il percorso breve, inferiore ai 4 chilometri, fa perno sulla Pieve di Romena  e rappresenta il segmento iniziale del maggiore. Da Pratovecchio, attraversato il Ponte sull’Arno si volta a sinistra sulla strada provinciale di Romena. Dopo un’impennata il percorso procede quasi in piano passando per località Fiume in cui oggi sorge un Agriturismo. dopo un pezzo di strada in mezzo al bosco, il cielo torna amico della terra e in lontananza si scorge grandiosa e bellissima l’abside della Pieve di Romena. Come hanno dimostrato gli scavi archeologici, i cui risultati sono visibili nella cripta alla quale conduce la scala della navata di destra, sul posto è esistita una chiesa paleocristiana di notevole importanza formata da tre navate e tre absidi. Non si po’ escludere che in precedenza edifici pagani abbiano reso sacro il luogo abitato fin dall’epoca etrusca. La pive ha un certificato di nascita garantito: il primo capitello della colonna a sinistra dell’entrata porta scolpita la scritta: Tempore Famis MCLII. Ossia la chiesa risale al 1152. La scritta poi ci dice che l’edificio fu eretto in un periodo non bello, ossia in un tempo di carestia. Proprio in uno di quei temutissimi momenti un popolo – la pieve era chiesa madre, perché solo in essa si generavano mediante il battesimo i nuovi figli della luce, questo spiega le dimensioni del battistero – ossia quello di Pratovecchio,  trovò la forza per addossarsi un compito tanto arduo soprattutto in termini materiali. I capitelli delle colonne raccontano, anche per chi al tempo non sapeva leggere, una storia importante scolpita sulla pietra. Sul capitello di destra si vedono i “quattro viventi” di cui parla il capitolo 4 dell’Apocalisse, simboli dei quattro evangelisti. Sulle altre facciate è raccontata la storia di Simone detto Pietro; poi la consegna delle chiavi del Regno dei Cieli da parte di  Gesù a Pietro e Paolo. Tutti i capitelli sono una sorta di biblioteca fatta per immagini e quindi leggibile da tutti, anche dagli analfabeti. Tutti raccontano la storia del creato e dell’uomo, della natura e degli animali, meno che uno dove si assiste al vuoto, simboleggiato da uccellacci rigidi e senza volto, ossia la morte. Il simbolo conduttore che tutto unifica è la croce rappresentata in mille forme: doveva essere chiaro ai cristiani che quello era il vero albero della vita.

Non lontano dalle pievi sorgono, in Casentino, le roccaforti dei Guidi, degli Ubertini e dei Tarlati. Uno dei più antichi è il castello di Romena.

Non lontano dalla Pieve si può imboccare la strada che porta al castello da Fronte Branda, il luogo che Dante Alighieri ha mitizzato con la sua poesia. I fratelli Guido, Alessandro, Aghinolfo conti di Romena, nella seconda metà del secolo XIII, cedettero di poter risolvere i problemi finanziari organizzando la falsificazione del fiorino. Ingaggiarono Maestro Adamo, uno dei migliori cesellatori del tempo e lo indussero a coniare fiorini con 21 carati d’oro, anzichè 24. La pena minacciata per simile reato era la morte sul rogo, fine che fece appunto Maestro Adamo nel 1281. Dante si impossessò del fatto di cronaca nera e lo raccontò a suo modo. L’incontro tra i due avvenne nell’ottavo girone dell’Inferno. Arso dalla sete Mastro Adamo ricorda il suo Casentino così:

Li ruscelletti che dè verdi colli/ del Casentin discendo giuso in Arno,/ facendo i lor canali freddi e molli.

Salendo incontriamo prima Porta Tongori, poi Porta bacio. Sulla Piazza d’armi si affaccia una prima grande torre, la Torre delle Prigioni che è fatta a celle sovrapposte come i gironi danteschi.

Due lapidi meritano di essere segnalate. Una si trova murata sulla facciata della villa padronale costruita a ridosso della prima cerchia di mura, nella parte sud del castello e ricorda che “Fra queste torri nell’estate del 1902 Gabriele D’Annunzio scriveva il libro III delle “Laudi” Alcione”. L’altra lapide è murata sulla recinzione della fattoria “In questa casa nell’estate del 1902 mentre D’Annunzio era alle torri abitò Eleonora Duse”. Fu esattamente dal giugno all’ottobre 1902 che il vate venne ospitato dai conti Goretti dè Flamini e dimorò nella villa a oriente del castello. Nello stesso periodo Eleonora Duse, occupò alcune stanze della fattoria. 

MAPPA ITINERARIO

FRANCESCO PASETTO

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