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Poppi |
![]() Immagini: P.C. |
| Quando
oltre un millennio fa gli Ungari fecero le loro prime
incursioni in Lombardia e Liguria, rubando ovunque e
massacrando tanta gente, il Casentino, che allora si
chiamava Corte (come emerge dal Diploma di Carlo Magno),
accolse molti rifugiati, che, per difendersi dagli
invasori, preferivano le boscaglie ai villaggi, la
solitudine delle montagne alle città corrotte. Nella sua "Illustrazione critica e descrizione del Casentino" (1865), l'abate Pietro Porcellotti di Rassina narra che questo popolo gradatamente "s'incivilì" e, oltre a fondare insigni monasteri, come quelli di Camaldoli e della Verna, si riunì intorno ai castelli di alcuni feudatari laici e religiosi: a Chiusi, a Bibbiena, a Romena. Tuttavia, non tutti i feudatari si rivelarono d'indole pacifica: in particolare, i Conti Guidi di Modigliana, che dalla metà del XII secolo avevano sottomesso con le armi la maggior parte della Valle, si circondarono di masnadieri stipendiati e trasformarono, di fatto, anche il carattere degli abitanti, che già per natura, respirando... un'aria più fredda e più elastica, erano di carattere più risentito, ovvero più deciso, di quello di coloro che abitavano in pianura. I Conti Guidi furono coinvolti, fra l'altro, nella nota battaglia di Campaldino, che si svolse l'11 giugno 1289, non lontano dal Convento di Certomondo, e vide la vittoria dell'esercito fiorentino e il definitivo tramonto delle fortune ghibelline in Toscana. Questa battaglia è ricordata, fra l'altro, all'inizio del XXII Canto dell'Inferno da Dante, che vi aveva partecipato ventiquattrenne assieme ad altri diecimila fanti e mille cavalieri. All'inizio, quando sembrava che le sorti della battaglia fossero favorevoli agli Aretini, l'Alighieri, che faceva parte dei Guelfi fiorentini, dovette provare temenza molta, ma quando i Ghibellini cominciarono a lasciare sul campo migliaia di uomini e perfino il loro condottiero, il vescovo Guglielmino degli Ubertini, il Poeta poté scendere sano e salvo da cavallo con allegrezza grandissima... Si dice che quella campagna sia rimasta a lungo incolta e che i contadini non avessero avuto più il coraggio di lavorarla, poiché, così intrisa di sangue, era divenuta improduttiva. Sul posto, una colonna, sormontata dagli stemmi di Firenze e di Arezzo, nel nome di Dante, ricorda a chi scende da Borgo alla Collina l'assurdità delle lotte fratricide esaltando, al contrario, il patto dell'italiana fraternità. Nei secoli successivi - stando alla Storia naturale del Casentino del dott. Luigi Tramontani da Pratovecchio, risalente al 1801 - il Principato Mediceo assicurò alla Valle prosperità e pace: dei Casentinesi rimase la parte migliore, caratterizzata da una certa vivacità di ingegno, "che voltata al bene gli fa abili alle arti, alle scienze, alla poesia, e piegata al male gli rende facili allo sdegno, alle vendette, alle astuzie". In generale i valligiani apparivano coraggiosi e soldati eccellenti. Erano nemici dichiarati dei mentitori; più avari che splendidi; più parchi che dissoluti; più religiosi che libertini. |
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