|
|
| La
Terra di Belfiore e i Confini del Casentino © Foto: Andrea Barghi |
![]() |
| "Sono intorno a
20. È un castello con una torre. Guardalo Ludovico
Bostoli. Farlo sodare di bona guardia senza spesa." È il luglio del 1385 e tre ispettori della Repubblica descrivono la Terra di Belfiore, difesa da venti uomini e appena annessa da Firenze. Garantire "bona guardia senza spesa" voleva dire in pratica smantellare il castello lasciandone poco più che il ricordo segnando per sempre il destino di Belfiore. Raggiungere oggi questi luoghi vuol dire muoversi alla scoperta dei confini del Casentino, tra ricordi di antichi monasteri e abbazie scomparse, nella terra che vide lo scontro di culture completamente diverse. Il viaggio parte dal basso, dai paesi di Subbiano e Capolona per salire, dalla chiesa di S. Maria a Caliano, nella duplice dimensione dello spazio e del tempo. La strada che, in poco più d'un miglio, porta alla Pieve di Cenina lascia infatti un fondovalle, ormai in odore di città, fortemente segnato dalle attività dell'uomo per seguire l'ondeggiare di colline coperte di olivi. Saliti alla chiesa di S. Lucia, tra il verde del prato, le querce secolari e i mille cipressi si può meditare su un primo messaggio, su un ricordo antico, che lancia questa terra: l'incontro-scontro di due culture. Cenina era corte longobarda in terra 'barbaritana', al confine con la pianura occupata dai bizantini. E i bizantini si spinsero fin quassù, oltrepassarono l'insediamento dei germanici e, poco oltre, lasciarono i segni della loro presenza. Innalzarono perfino un tempio nel luogo che ancora oggi si chiama 'Il Santo', quel santo che non poteva essere altri che il loro Apollinare. Poco distante da qui, sulla destra, si adagia, a 500 metri di quota, il villaggio di Ponina. Uno sguardo a questo paesaggio ci ricorda altre visioni del Casentino: vecchi terrazzi verso il crinale ora occupati dalle querce, campi di foraggiere e, dall'altra parte dell'Arno, le alte giogane dell'Alpe di Catenaia. Eppure verso sud, per quanto all'occhio è dato di vedere, l'ambiente cambia rapidamente. Le colline si fanno più morbide nell'incontro con il piano, l'olivo è sempre più frequente e compare stabilmente la vite che va a costituire il paesaggio tipico del Chianti dei Colli aretini. Tornando indietro e portandosi sul crinale dove la strada finisce siamo finalmente nel luogo detto 'le torri di Belfiore'. Di quassù lo sguardo spazia verso Arezzo e la sua terra e si avverte la netta sensazione di essere su una terrazza privilegiata che il Pratomagno ci offre prima di arrendersi definitivamente alla pianura. Dall'altra parte del crinale si apre la vista sulla piccola vallecola del torrente Zenna e sulla parte più alta della valle del Salutio. Quindi, in mezzo alle ginestre, compare quel che resta della vecchia torre, affascinante relitto che ormai fa "bona guardia" solo ai nostri pensieri che inseguono a ritroso l'irrefrenabile scorrere del tempo. |
|