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La cittadella di Dio ...

© Foto: Andrea Barghi

Quella di Camaldoli, nella parte più orientale del Casentino, è una valle nella valle. Eremo e Monastero sono protetti da una corona di monti che si innalzano all'intorno fino ai 1300 metri.

Le celle degli eremiti distano appena mezzo miglio dal crinale appenninico. Di lassù la piccola valle appare ammantata di verde con la foresta che la ricopre quasi per intero scendendole dai fianchi fino in prossimità del fosso che scorre sul fondo.

Le radure sono poche e la più importante è quella detta 'il chiuso', in faccia all'eremo, ultimo lembo del mitico 'Campo amabile'.

Il bosco dunque è l'ambiente camaldolese per eccellenza e questo non solo per una questione di suolo, aria e acqua ma anche, soprattutto, per una questione di cultura. Da sempre attenti alla dimensione spirituale e a quella terrena, divina e umana (un po' eremo e monastero) i monaci camaldolesi  hanno considerato gli alberi nel loro doppio aspetto mistico e biologico.

A Camaldoli, quasi mille anni fa, ebbe così origine quello che può essere considerato il primo vero e proprio 'codice forestale', un insieme di prescrizioni selvicolturali alle quali i monaci si dovevano scrupolosamente attenere.

In basso nella valle, verso il monastero, si trovano le latifoglie come i faggi o i castagni che dal fosso di Camaldoli risalgono verso la fonte del Menchino. Più in alto invece, verso l'Eremo, domina incontrastato l'abete bianco coltivato in purezza. Si tratta di una formazione vegetale tanto bella quanto delicata perché il bosco creato dall'uomo, dell'uomo ha bisogno per la sua sopravvivenza, per il suo rinnovo, e non c'è altro modo di rinnovare l'abetina pura se non attraverso i tagli a raso.

Una foresta che doveva dunque anche essere utilizzata, con i tronchi d'abete smacchiati lungo le 'vie dei legni' fino a raggiungere l'Arno e poi Firenze. Ma anche qui sta la bellezza della foresta di Camaldoli che se non è troppo stabile da un punto di vista ecologico è ormai profondamente in equilibrio con la cultura del luogo.
Per apprezzare la foresta si può salire all'eremo magari attraverso la 'corta', la strada che rapidamente giunge dal monastero posto trecento metri più in basso.

La stagione migliore forse è l'autunno quando le cime delle piante si confondono con le nuvole basse. In questa atmosfera è più facile comprendere lo spirito del luogo sacro, di questa 'cittadella di Dio' e della corona di abeti che la cinge.

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