|
|
| Fal-Truna
è il 'principio del cielo' © Foto: Andrea Barghi |
|
| ma i 1654 metri di
altitudine non riescono a spiegare la sua importanza.
Il Falterona non è un gigante dell'Appennino eppure rimane una montagna famosa, addirittura mitica. Il perché si scopre forse trecento metri più in basso della cima, sul fianco di sud-ovest, dove zampilla una sorgente. Quello è il 'Capo d'Arno', e l'Arno è il fiume di Firenze: "quel fiumicel che nasce in Falterona e duecento miglia di corso nol sazia". C'è poi un'ipotesi che racconta come un tempo l'Arno e il Tevere convergessero in un sol fiume quando la Valdichiana aveva un'altra situazione orografica. In quel caso il Falterona doveva essere davvero molto importante per le popolazioni che abitavano questi luoghi e che i romani chiamavano 'Etruschi': dal monte infatti avrebbero avuto origine i due fiumi che assieme al mare contenevano le loro terre. Comunque sia questo era senz'altro un luogo sacro per i 'Rasena' (così si chiamavano loro stessi) come dimostra il ritrovamento, non lontano dalle sorgenti del fiume, della 'fantastica' stipe votiva del 'Lago degli Idoli'. Il Falterona, assieme alla vetta gemella del Monte Falco, è uno dei luoghi più belli del Casentino. Il massiccio arenaceo è ricoperto fino sulla cima dal faggio che lascia qua è là lo spazio a qualche radura specie nel versante di nord-est. Questi prati d'altitudine ospitano rari lembi di vegetazione alpina al limite meridionale di espansione del suo areale. La vera suggestione del monte, però, è il panorama che si gode dalla sua cima e che può rendere memorabile l'ascesa. Con l'aria limpida lo sguardo spazia dal mar Tirreno all'Adriatico, la pianura Padana diventa una tavola piatta alla fine della quale compaiono i primi rilievi alpini. Verso meridione si scorgono le vette dell'Appennino abruzzese mentre l'Amiata sembra lì a due passi. Proprio in quella direzione si estendeva la terra degli Etruschi che, di quassù, potevano spingere il loro sguardo alla ricerca di Arezzo e di Cortona e giù fino a Chiusi e Volsini, fino a immaginare Veio e, poco oltre, quella città che li avrebbe sconfitti, assorbiti e dissolti. |
|