Itinerario vasariano di Camaldoli

ITININERARI CASENTINESI – PASETTO

Lunghezza: considerevole, ma misurata più sulla scala del tempo, che sull’estensione spaziale

Percorso: Una delle tante carrozzabili o mulattiere che collegano Campo Amabile con Fontebona, l’Eremo con il Monastero di Camaldoli: la più breve misura poco più di 2 chilometri

Dislivello: Occorre una buona dose di elasticità mentale unita alla resistenza: il muscolo più esercitato in questo percorso è il cervello. Per le gambe il dislivello è di 300 metri. Pendenza accentuata.

Consumo: 336 kcal

Peso smaltito: 42 g


Il punto di partenza è la chiesa dell’Eremo di Camaldoli. La cappella di San Antonio Abate (a sinistra dell’entrata, in fondo al transetto) è illuminata da una splendida terracotta robbiana. L’interesse maggiore dell’opera è suscitato dall’immagine centrale, una Madonna che presenta con fierezza il suo vigoroso Figlio, tra l’approvazione di quattro santi: Giovanni Battista, Maria Maddalena, Antonio Abate fondatore del monachesimo cristiano, Romualdo che mostra la primitiva chiesa romanica. Interessanti i fregi laterali, in particolate i delfini. L’immagine stilizzata di questi animali era diventata contrassegno del Priore Generale che aveva commissionato la terracotta robbiana. Questo illustre camaldolese veneto si chiamava Pietro Dolfin toscanizzato Delfino. Una lunga lettera da lui redatta nel 1498 e indirizzata al vescovo di Padova, fa intuire la rilevanza del contributo del camaldolese, alleato dei domenicani di Santa Maria Novella, alla condanna capitale di Girolamo Savonarola. Fu proprio la chiesa rinascimentale voluta da Pietro Dolfin, che il ventiseienne Vasari si trovò ad abbellire su richiesta dei monaci, sempre più convinti delle doti del giovane pittore. In quell’edificio trovarono una collocazione ideale le tre grandi tavole da lui dipinte a olio e i due pannelli oggi collocati sotto le finestre affacciate sul presbiterio dal sovrastante coro.

Quando nel gennaio del 1537 Lorenzino de’ Medici detto Lorenzaccio fece assassinare il duca Alessandro suo compagno di avventure, Giorgio vasari si sentì un estraneo a Firenze. Avendo perso il protettore, il giovane Giorgio decise di lasciare Firenze e per trovare un po’ di pace finì ospite nel monastero di Camaldoli. In due mesi ultimò la grande tavola oggi collocata nella cappella di destra, appena sotto la balaustra. Vi effigiò la Madonna in trono con il Figlio e, ai lati, i due asceti cari a tutti i monaci: San Giovanni Battista e san Girolamo. Lo sfondo si apre sul paesaggio mosso del Casentino e sul verde della storica foresta. Tra gli alberi si intravvedono il monastero di Fontebona e l’eremo di campo Amabile come dovevano apparire all’inizio del Cinquecento. Vasari dava così le prime prove del manierismo di cui lui stesso nelle “Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue sino a’ tempi nostri”, elencherà le caratteristiche essenziali: “la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza dei colori, la università de’ casamenti, la lontananza e varietà ne’ paesi”. Il Capitolo dei camaldolesi ordinò subito al giovane un’altra opera, argomento da trattare: la Natività. In contrasto col chiarore diffuso del primo dipinto, il Vasari volle trasmettere l’idea di una notte buia, in cui lo stupore e la gioia della nascita del Verbo, luce del mondo, si materializzavano in tre soggetti di intenso splendore. La prima fonte luminosa era il Bambino da lui la luce si diffonde tutto intorno, nell’anello formato da Maria, Giuseppe, pastori protesi e nell’arco di un terrazzo che occupa la parte destra dello scenario. Più che mai convinti della bravura di questo giovane, i camaldolesi di Fontebona gli commissionarono le due tavolette con episodi della vita di san Donato e dell’eremita Ilarione. Poi avanzarono la richiesta di un terzo quadro, tanto grande da essere collocato sopra l’altare maggiore perché dominasse tutta la chiesa dove oggi si trova. Per il nuovo tema la Deposizione del Signore, Giorgio Vasari disponeva di un modello famoso: si trattava dell’olio su tela dipinto a Volterra nel 1521 da Rosso Fiorentino. Dedicatosi al nuovo soggetto negli anni 1539-1540 Vasari accolse e accentuò della tavola del maestro il movimento elicoidale, ottenuto mediante la disposizione dei personaggi, un movimento innaturale, concitato, capace di esprimere gli spasimi della sofferenza estrema.

Per rimanere legato all’esistenza reale e viverne le vicende più drammatiche con animo sereno, un buon escursionista sceglierà di percorrere  a piedi l’antico sentiero aperto fra il monastero di Camaldoli e l’Eremo. Gli sembrerà di camminare in compagnia dei monaci dei secoli passati, avvolti nelle loro candide tonache. Il mormorio delle acque, che scorrono rapide lungo i trecento metri di dislivello, asseconderà il desiderio di meditare che è possibile sperimentare, forse per la prima volta, come l’attività più naturale dell’uomo.

Partenza dall’antica Farmacia, residuo dell’ospedale, costruito e gestito prima dai benedettini di Badia Prataglia, poi dai camaldolesi. Il primo incontro significativo è con Maria “nive candidior” a cui è dedicata la cappella quattrocentesca appena restaurata e riportata all’aspetto originario. Un po’ più sopra, la vecchia strada passa su un ponte  voluto, sempre nel secolo XV, dall’umanista Mariotto Allegri, priore generale dopo il Traversari: una costruzione che unisce solidità e bellezza. Poco dopo la fontana del curvone, si giunge alla cappella di san Romualdo, costruita sulle rocce segnate dalle mani e dal piede del “padre dei monaci”. Si racconta, infatti, che proprio afferrandosi a quelle pietre, divenute prodigiosamente cedevoli, Romualdo riuscì a salvarsi dall’aggressione di satana.

Salento, tra abeti giganteschi, si incontrano tra grandi croci in legno. Indicavano il limite della stretta clausura: uno spazio attorno all’Eremo, in passato assolutamente precluso alle donne, pena la scomunica. 

 

MAPPA INTERATTIVA

FRANCESCO PASETTO

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