UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLA CULTURA DEL CASTAGNO

Per i casentinesi del passato il castagno è stato la vita, nel vero senso della parola. Qualcuno ha detto che non sarebbe esistito il casentinese senza il castagno e questo, storia alla mano, è un fatto. Il marchese Bernardo Tanucci, stiano Vicerè a Napoli si rivolgeva al suo fattore del Casentino raccomandando incessantemente di far si che le selve dei suoi poderi non diradassero stando attento a far piantare sempre nuovi castagni. “Vin di nuvoli, pan di legno” era un detto casentinese che riassumeva, in poche righe, la base dell’alimentazione delle nostre popolazioni.

Nei territori montani come il Casentino la coltura del castagno ha rappresentato per secoli una delle principali fonti di approvvigionamento alimentare e nonostante le profonde trasformazioni sociali degli ultimi decenni si è ancora mantenuta nella valle la tradizione di produrre una ricercata farina di castagne.
La farina viene prodotta con le varietà più tipiche del comprensorio quali la raggiolana, la tigolese e la perella, si possono utilizzare anche la mondistollo, la pistolese, il marrone di Loro, il marrone di Stia ed il marrone del Casentino; altre cultivar e le castagne selvatiche possono essere presenti solo in quantità modesta, non superiore al 15% del totale.

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