SAN PIETRO DI ROMENA

Come un fiore di pietra non colto, la pieve di Romena sboccia da quasi 900 anni nel verde della campagna toscana, in Casentino, su una collina che apre lo sguardo sulla valle seguendo il percorso di un Arno ancora giovane. Anticamente la pieve era faro sulla pista dei pellegrini che scendevano dal nord Europa per dirigersi verso Roma. Poi è stata casa di preghiera per un mondo contadino che qui si ritrovava per farsi comunità. Oggi, spopolata la campagna, la pieve ha trovato una nuova ragione di vita: accoglie le persone che in questa società consumista hanno scoperto di poter comprare tutto, ma non la propria armonia interiore.

Tempore famis

L'etrusca Rumine, divenuta la romana Rumenius, ha mantenuto nei millenni la stessa vocazione: quella di ospitare i viandanti della fede. Nelle viscere della terra, reperti sia etruschi che romani rafforzano l'ipotesi che Romena abbia ospitato prima un tempio etrusco, poi un'ara pagana. 
La pieve, così come la vediamo oggi, fu invece edificata nel 1152 su una preesistente chiesa romana. A realizzarla, su iniziativa del pievano Alberico, artigiani locali e maestranze lombarde probabilmente formatesi in Francia.  Più certe, a leggere ancora i capitelli, sono invece  le circostanze in cui la chiesa fu realizzata: Tempore famis si legge nell'abaco del primo capitello a sinistra, accanto alla data in caratteri romani, MCLII, 1152. Tempore famis cioè tempo di fame, di carestia. In un momento di grave disagio, la popolazione offriva al divino tutto il meglio della propria creatività per far cessare le tribolazioni. La crisi diventava così strumento di riscatto, di valorizzazione delle proprie potenzialità. E' un messaggio, questo, che ispira il cammino della Fraternità e che giunge come un invito per tante persone che vi giungono:  i tempi di crisi non girano a vuoto, ma coltivano, ancora inconsapevole, il fiore della nostra bellezza.

Il respiro della pieve

La luce che filtra dalle bifore cerca gli occhi di chi entra. Le pietre delle colonne e dell'abside, nella loro nudità, incoraggiano l'incontro con se stessi. E il silenzio, un silenzio profondo, entra nel respiro, gli chiede di far piano. La pieve di Romena offre così il suo benvenuto.
La pieve è a tre navate, percorse da colonne possenti che sostengono le volte a botte e le capriate del soffitto. La solidità dei sostegni e la ruvidezza della pietra usata (arenaria locale) le conferiscono un aspetto austero: se però si seguono i gradini dell'altare e si accede nell'area del coro, la pieve sembra ingentilirsi: l'abside, con la serie di bifore e trifore, con i loggiati di colonnette e capitelli, raccoglie la sobrietà e la trasforma in leggerezza.

La pieve comunica la sua bellezza in un modo immediato, ma poi lascia che ciascuno a suo modo, indugi sui particolari. I capitelli, per esempio, dipanano un piccolo universo di figure umane e animali, di simboli  e di forme;  il film del creato si snoda in un avvicendarsi di scene nelle quali, tutte le dimensioni dell'umano, gli angeli e i demoni, il bene e il male, sembrano potersi incontrare testimoniando ancora una volta l'accoglienza di Dio, che accetta anche la parte di noi che è oscura, che non è ancora luce.

Il segreto dell'armonia

Arca di silenzio e di semplicità, la pieve ha trascorso i suoi otto secoli e mezzo di vita imbarcando, anche solo per un breve tratto, generazioni di pellegrini. Anche Dante, durante l'esilio, conobbe questo luogo (era ospite dei conti Guidi nel vicino castello), così Gabriele D'Annunzio (che qui scrisse le poesie della raccolta Alcyone).
Tra gli ospiti meno desiderati, invece, la frana del 1678, che cancellò la facciata e travolse anche due campate per ogni navata. Quella ferita non è mai stata rimarginata: la pieve di oggi è più corta di sette metri rispetto a quella originaria (21 metri invece di 28) e la facciata, ricostruita a muro piano e senza elementi decorativi a parte un'ampia finestra semicircolare, è probabilmente molto diversa da quella originaria. 

Cambiamenti che non alterano l'equilibrio di fondo dell'insieme, un equilibrio che è dettato dal delicato e quasi impalpabile riprodursi di un numero, il sette.  Sette sono le monofore dell'abside, quattordici, due volte sette, le file di pietra dell'abside, sette, nell'impianto originario, le colonne di ogni navata.   Sette, come il numero che in tutte le tradizioni antiche indica l'incontro di ciò che è umano e di ciò che è divino, della materia e di spirito, del maschile (raffigurato dal 3) e del femminile (il 4). Il numero che rappresenta la completezza dell'umano è dunque la nota invisibile che racchiude l'armonia della pieve.

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